CRISTINA ALGA

Quartiere Zisa. Palermo. Nel nome le radici arabe e il rimpianto di una città che fu El Aziz, la splendida.

Il palazzo è imponente e languido, doppi balconi su tre piani di una facciata che un tempo doveva essere stata limpida e da cui ora penzolano come  sbavature reti verdi a proteggere i cornicioni. “Niente di che” ti dici arrivando al 23 di via Re Federico. Poi entri dentro, nel cortile ti invade di luce il lilla e il violaceo di un immenso glicine e di una boungavillea, in fondo, sotto un arco che è come un’iniziazione.

Re Federico 23 è lo spazio di vita e di lavoro di un variegato gruppo di uomini e donne del sud che abitano le grandi case antiche e luminose e intrecciano storie e solidarietà. E’ un posto magico perché, semplicemente, chi entra sta bene e a me, da quando sto, qui, è davvero cambiata la quotidianità.

Questa storia si può raccontare come la “Vita Istruzioni per l’uso” di Perec passando da un piano all’altro e raccontando le case, le persone e le loro storie.

A piano terra ci sono Ugo che vive da solo, ha 50 anni e dicono sia matto; Filippo e Francesca, giovani e belli, project manager e architetto e Giovanni, detto “steady” perché fa l’operatore video, nelle loro piccole case con giardino.

Accanto, sul piano strada, c’è ETHIC take away e ristorantino di cucina etnica aperto da Reda rappresentante della Consulta delle Culture e mediatore culturale.

Al primo piano Simona, 34 anni,  nella sua casa piena di cose belle, artista e scenografa con le sue due bambine Matilde e Sofia. Hanno stanze in più che usano in co-housing ospitando lavoratori e viaggiatori. Lo stesso fa Dario, terzo piano, 35 anni, chef in uno dei più importanti ristoranti della città.

E, poi, sempre al terzo piano ci siamo noi,  c’è il coworking Re Federico, cuore pulsante e motore trainante: ufficio, galleria d’arte, spazio di incontri e aggregazione, laboratorio di idee che ospita postazioni lavoro di free-lance, eventi culturali, dibattiti sul mondo del lavoro, start up di imprese, aperitivi e tornei di ping pong.

Il coworking l’ha voluto CLAC,  che siamo io e Filippo e tanti altri. Dentro “il RE”, come in uno scrigno, ci sono mille e mille storie da raccontare, storie di resistenza e di lavoro contemporaneo, indipendente, inventato, rosicchiato, sudato, amato: pochi soldi e molta vita, molto molto impegno e passione per il cambiamento.